Crash, fix, restart.

Ho avuto un po’ di problemi con l’hoster, niente di nuovo. ‘Sto giro ho perso un post e due o tre commenti, ma c’è da portar pazienza, che fosse per me andrei oggi stesso a Illinois a menar le mani. Ma non sono un animale e ad agire di istinto sono solo gli animali, dicono. Dicono. M’han detto.

Oh, ciao! Non ho scritto granché nell’ultimo periodo, vè?

Parliamo di mood? Nah, un bel casino.

Parliamo di Brescia, perché è qui che sto vivendo. Ho tentato di tenerlo nascosto, ma non ha funzionato granché. Non so tener la bocca chiusa.

Brescia è una buona via di mezzo. Ci sto bene. Per ora. Se poi ci resto non lo so, ma cosa vuoi…quattro mesi fa non sapevo neanche ci sarei venuto a vivere e ora inizio a mettere “figa” “nchilàt” e “pota” in metà delle mie frasi gergali.
Metamorfosi, ci si evolve, a volte si regredisce, poi si va su e alla fine si torna giù.

Di ieri ho formattato gran parte. Bad sectors.
Un po’ tramortito, un po’ confuso…poi passa. Si sa che poi passa.
Figurati come stavo prima… Passa, passa.

Che poi, di mood potremmo anche parlare, volendo. Alterno l’incazzato al menefrego al confuso e qualche volta sono quasi da dire felice. Piglia bene, anyway.
Mi rendo conto che molte delle persone, molte soprattutto di quelle che conosco anche da diverso tempo, non san dosare i sentimenti. Altro piccolo giudizio universale home made, ne devo pur sparare qualcuno ogni tanto.
L’amore potrebbe portarti ai confini dello spazio e del tempo, fin dove non vedi, eppure ti limiti ad attraversare la strada e credi di esserci arrivato. Poi se va tutto a rotoli ti passa al volo, ma questo è normale, dopotutto devi solo tornare a casa. Se non è lontano, arrivi prima.

O ti prendi un’altra casa. Tanti fan così, tanto era di strada… Che pena.

Basta chiacchiere, divento velenoso. Cheers!

Sabato Lucca Comics.

Io volevo fare il falegname.

Sono quattro giorni che smanio come un idiota dietro agli stessi pezzi di codice(che continuo a cambiare ma son sempre gli stessi) e procedo ad un passo talmente lento che non mi sembra cambiato un cazzo.

È come se facessi il giro del quartiere continuando a tornare a casa e ripartire.

La famosa classe che non riuscivo a gestire l’ho mandata a fanculo, anche se negli altri progetti ha sempre funzionato. Ne ho comprata una a 6$, ma ne è derivato che è tutta la notte che rincorro errori su codice che non ho scritto io e di conseguenza perdo il doppio del tempo.
Senza aggiungere che solitamente io lavoro con mysqli e vorrei avvicinarmi a PDO, un nuovo metodo che permette di gestire una moltitudine di DB oltre a Mysql, mentre quel genio dell’Aquila, un italiano cui ho voluto contribuire anche un po’ per solidarietà, ha scritto questa classe usando mysql. Quel metodo è datato, non più supportato ufficialmente e destinato ad essere deprecato nelle prossime versioni di php.
Ciò si traduce nel dover riscrivere tutto in un futuro in cui, magari, avrò la testa a posto e riuscirò a lavorare in modo decente.

Le risorse vitali scarseggiano, fatico a tenere attiva la concentrazione e sto mangiando poco o niente. Bevo i succhi, quelli un casino.

Ho eliminato facebook e cerco di limitare al minimo l’uso di twitter, lascio il cellulare in silenzioso e lo raccolgo – se proprio – di tanto in tanto per controllare chi mi ha cercato, leggo le email una sola volta al giorno.
Mi ci sto mettendo completamente, ma a quanto pare non basta.

A volte quando è così mi piglia la fase di iperattività per concessione divina e faccio in poche ore quel che non veniva bene per giorni.
Sì beh…a volte.

La consegna è lunedì.

Dovevo dar retta a chi mi diceva “fai il prete o il carabiniere”.

E qualcosa in meno, tu.


Te fai lo gnorri, ma ti conosco mascherina. Te ‘un te lo sei scordato. Abbastanza in tilt da impazzire due giorni dietro ad una banale classe mysql per gestire il login all’area amministrativa, al punto da non riuscire a farla andare nemmeno copiandola. Povero idiota.

E mia madre “Non ti puoi far aiutare da qualcuno?”, “Mamma, è un’operazione di routine…se mi fo aiutare su questo mi pigliano per il culo fino alla pensione!”

Finto.

“Allora, Gaia vi ha raccontato?”, le chiedo, “Si.” e “Era scontato.” aggiunge secca e scocciata.

Andrea pochi secondi dopo “Allora Gaietta?” e lei con un sorrisone e la voce da scoop le risponde eccitata “Ci ha detto tutto!” e si accende in qualche dettaglio duettando con l’amica.

Fanculo. Se deve infastidirti ogni mia alitata, che cazzo ti parlo a fare, io?

E, giusto a completare, mi becco anche del finto, perché non le piaccio così, finto. E io che penso al perché sono ancora qui.

Dovevo darmi ascolto.

San Lorenzo in ritardo.

Ci sono sere come questa in cui sento più che mai la tua assenza.

Stasera ti vorrei accanto a me a fumar sigarette e parlar di cosce lunghe fino al mattino. Fare di quei discorsi che cercano di insegnare, ma che alla fine è stesso chi li fa a non averli appresi.

È tutto fottutamente grande. Tutto così grande ed io così piccolo, accovacciato al centro, come in una stanza bianca, enorme, a fissare le finestre alte col desiderio di curiosare al di là del muro.

Tutto così grande eppure qui dentro, mica là fuori. Chissà com’è là fuori.

Ovunque sono, sono fuori. Continuo a sparare alle lattine mentre poco lontano altri giocano a pallone.

Speciale, mi dice. Diverso, penso io.

Alla fine ti abitui a tutto. Ad essere forte. Ad essere solo… Ad essere forte, da solo.

Prendi della stoffa e impregnala di brutti pensieri.

“Mery…scusa se ti scrivo a quest’ora…è che ho bisogno di buttare fuori… in Campania era più facile, quasi ero guarito, distrazioni. Qui, anche all’estero, ma in compagnia degli amici che abbiamo in comune ad ascoltar la musica che lei ascolta…non riesco a togliermela dalla testa. E mi ricomincia anche quella sensazione tipo buco nero nello stomaco e braccia e gambe irrigidite…assenza. ho bisogno di smettere. Io… merda. Scusami. Scusa ancora.”

Lei mi squilla. Fa così quando ha letto, è per dire “ci sono” e solitamente in questi casi finisco col chiamarla.

Prendo le chiavi della macchina, apro la bauliera, rovisto nella valigia. Ho portato un sacco di cazzate in questo viaggio, abiti che non ho indossato, alla fine era prevedibile, ma questa volta ho voluto avere vestiti per ogni eventualità, anche accessori e il mio “lutto nero” era tra questi.

Luca ed io, diversi anni fa, vivevamo un periodo un po’ del cazzo. Non potevamo parlare spesso dei nostri problemi, in quel periodo. Per ogni cazzata avrebbero tirato fuori un problema ben più grande e ci avrebbero portati a parlare con uno psicologo. Inventammo un metodo per capire quali fossero i nostri stati d’animo e così iniziammo ad indossare delle bandane che li manifestassero in base al loro colore.

Preso da quel pastone di sensazioni cercai la bandana nera nella borsa e la indossai attorno alla testa. Fermami i pensieri, le dicevo, e lei li amplificava.

C’erano concerti tutti i giorni al Metalcamp e io ho continuato a indossarla, fino al penultimo giorno.

“Due sono le cose
1 O tu riesci a capire com’è veramente Frah e riesci ad apprezzarla davvero per il valore che ha
2 Sei tu che ti stai facendo tante pippe mentali e lei non è quello che pensi e per questo continua a stare con lui, perché a sto punto il dubbio mi viene se tu dici che lei è cosi speciale, intelligente e tutto il resto”

Le ho scritto un sms, il giorno dopo. Mi mancava da dentro, mi mancava un pezzo. Avevo un fottuto bisogno.
Avesse risposto…

Arriva il penultimo giorno, suonano gli Amon Amarth, uno dei gruppi preferiti di Patrick. Ci buttiamo nella mischia, parte un pogo enorme, corriamo lì in mezzo alla mischia, ci spingiamo, polvere ovunque.
Finisce il concerto, sono elettrizzato. Mi sistemo i capelli, un tic che aveva iniziato a prendermi era quello di rimettere a posto la bandana tra la fronte e gli stessi…e la bandana non c’è più. Andata via.

E i pensieri? Un’altra birra.

Volevo vederla, appena rientrato, ma non ha voluto perché stava già uscendo. La incontro il giorno dopo, le avevo comprato un maglietta, pensavo avrebbe apprezzato. Invece s’è quasi alterata e pochi secondi dopo ha ripreso a inveirmi contro.
Tutta la sera è rimasta per i cazzi suoi, sulle sue, con il cellulare in mano(a scrivere a lui).

Mi prometto, come tutte le volte, che questa è l’ultima. La lascio ai cazzi suoi, lascio stare, non ha più senso, non è più lei.
E come tutte le volte so che è una stronzata, io con le promesse non sono poi così bravo.

Stadi.

L’ho fatta, ne ho combinata un’altra. Una dopo l’altra.

Sono cose che farei, io? No. Non quell’io che io conosco e di cui posso vantare qualche pregio. L’etica, almeno.(parola che mi piace tanto, che ha quel suono che mi ricorda della prof. Valentini, quella che era convinta io fossi speciale, non diverso. Dis-charis.)

Sono a buon punto, restart ex-novo. Perché per riparare una partizione danneggiata, la si formatta.

Non fatemelo suonare come un addio, però, perché non è questo che voglio. Io tornerò, quando sarò più maturo. Torno sempre, alla fine.

Tornerò e raccoglierò quel che troverò sulla mia strada. Ricordi, per lo più.

Darò da mangiare al cane che avrà atteso il mio ritorno seguendo i miei percorsi.

Ucciderò la bestia che mi pulsa nel sangue.

Concedimi di essere dimenticato, perché quel che più ti spaventa, alle volte, è quanto più fortemente desideri.
Da solo posso trovare la mia strada e percorrerla verso i miei obiettivi.

Da solo. Perché chi parte da solo può partire quando vuole, non deve aspettare che altri siano pronti. Non deve neanche per forza aspettare di essere pronto egli stesso.

Sono ragazzate, suvvia. Tutte uguali, si sa. Ci si riderà sopra, suvvia.

È mentre le vivi, però, che fanno male.

Mannequin d’un ventriloque.

Non sono dio. Troppi impegni, troppe cose da fare…le preghiere, umpf, le preghiere. Che fastidio.

Non sono io a definirmi superiore, sono gli altri a riconoscermi tale, alle volte.

Certo io me ne ganzo e parecchio. Eh sì, cazzo. Mi ci sento, alla fine, superiore alla norma.
Diventi quel che fanno di te.

Un ventriloquo manichino a sua volta. Di quell’unica bestia che non ti osanna, eppure ha bisogno di te.

Che poi, questa smania di essere un bravo padre, quando succederà, mi nasce anche da questo. Essere meglio di. Fare meglio di. Essere. Alla fine sarebbe bastato questo.

Si amano i figli più di quanto si ama una compagna? Io rimango della mia idea.
È questo che non so più fare bene. Rimango della mia idea. Ci provo, almeno.

Un ventriloquo manichino. Triste. Senza ombra di dubbio.
Ci son soglie ove oltre non è possibile esprimere giudizio.

Coerenza zero.

Un amore così adulto tu non darglielo in fretta

Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai.

I soliti litigi, i soliti fastidi, ma non facciamo più pace a modo nostro.
Macchie indelebili. Errori.

Sono riusciti a cambiarci,  ci son riusciti, lo sai.

Ipotesi. Banali e stupidi se, perché nel senno di poi sia possibile domandarsi come sarebbe andata se avessimo agito diversamente.
Ma partirò.
Partirò e andrò lontano da qui.
E non sarà fissata la data del mio ritorno.

Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?

Poco importa, oramai.

 

Troppo nervosa e interdetta per riuscire ad accogliere le mie parole, figuriamoci quelle che non dico.

E io sono troppo donna. Faccio percorsi mentali a modo mio. Non più poi così terra terra.

 

Luca, sono le quattro…perché sei ancora a letto?
Stanotte non ho dormito, mamma.
Ma stai ancora così per lei? Ancora? Vi fate del male…
È lei che torna, è lei. Se dormo non la cerco, non la sento, non la vedo. È che torna…e ogni volta sconvolge tutte le barriere che riesco a ereggere.

(Im)porre il silenzio alla bestia.

Quando sarà lontano sarà diverso.

Forse.

And if you fall down and see that you’re bleeding maybe you’ll have to hold on, to stand up without my help. I’ll be away from you, from your texting, from your love. Just away.

Se era abbracciata poi…no non può essere lei. Francesca non ha mai chiesto di più, chi sta sbagliando son certo sei tu…

Tempo, datemi almeno il tempo.

Devo tornare, il mio tempo qui è finito.

Nel noto film affermano che chi scende al sud pianga due volte, una quando arriva e l’altra quando riparte.

Io non vedo l’ora di andarmene, ma ho timore di tutto quel fracasso, quel casino, quell’angoscia che mi attende a casa.

Ho fatto un’altra di quelle scelte sbagliate, forse, di quelle avventate, senza dubbio. Ho abbandonato l’idea di andare a Firenze, che mi gironzolava per la testa da un po’. Ho puntato il dito, ho cercato un posto abbastanza distante dalle persone che conosco e mi conoscono per evitarle e resettare e abbastanza vicino a casa, nel caso ne sentissi la nostalgia, ne avessi bisogno, avessero bisogno di me.

Ho uno stack overflow in testa. Ho smesso di ascoltare grilli. Ho fatto un casino dietro l’altro… Non tutti io, però.

Vorrei da un lato chiudere tutto, sparire, ripartire, formattare… dall’altro sono cosciente del fatto che da quando non c’è più Frah, non c’è più casa, non c’è più granché. Casino. Tanto casino. Folletti di vetro.

Mal di testa.

Fumo.

Fastidio.

Menefreghismo. Pausa. Standby.

Casini, casini stupidi, casini incomprensibili, casini troppo intricati da poter essere compresi, ancor prima di poterli spiegare.

C’era una volta un re.

C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: “Raccontami una storia”. E la serva incominciò.
C’era una volta un grande re, che governava non da un trono: da un sofà. E questo grande re aveva una vecchia serva, capace di inventare le fiabe. Una sera, stanco, le disse: “Raccontami una storia”. E la serva incominciò.
C’era una volta un re grande e potente, ormai anziano. Egli governava il suo popolo con mano sapiente e mente illuminata, tanto da aver rinunciato da tempo al suo trono ingioiellato. Al suo posto, nella sala delle udienze aveva adagiato un comodò sofà: ormai vecchiotto anche lui, ma era il posto migliore per posare le regali terga, ed ascoltare quelli che gli chiedevano udienza. Il grande re potente aveva, come grandissima amica, una vecchia serva che era stata con lui fin dai tempi dei tempi, sempre. Una sera, stanco dopo una lunga giornata di estenuanti trattative e petulanti petizioni, le chiese, con un po’ meno garbo del solito: “Raccontami una storia”. E la serva incominciò.
C’era una volta un grande re, potente e saggio, che vedeva i suoi giorni ormai diventar sempre più lunghi e grigi, tanto era vecchio e quasi svuotato d’ogni sua forza di vivere e comandare. Egli aveva sempre governato il suo buon popolo con grande giustizia, con mano sapiente, con illuminata saggezza e con la forza necessaria a mantenere l’ordine, mai di più. Era un re umile ed umano, che non desiderava dare inutile sfoggio di viana ricchezza o presuntuosa superiorità: la sua dimora non era poi tanto diversa dalle case dei suoi comuni cittadini, e riceveva ambascerie e richieste e preci e delegazioni nel suo salotto privato. Soleva offrire, a chiunque gli si parasse davanti, tè e pasticcini danesi al burro: dal primo ministro della nazione nemica all’ultimo contadino della provincia più lontana. E faceva accomodare il questuante, di qualunque estrazione si fosse, al suo fianco, su un comodo sofà un po’ sfondato, mezzo sfilacciato, ma era il posticino più accogliente di tutto il regno. E quando veniva sera, il re si ritirava nella medesima stanza dov’era stato tutto il giorno, ma si premurava di chiudere per bene le porte alle spalle dell’ultimo uscito, perché il prossimo entrasse solo con il giorno nuovo. Non dimenticava mai, però, di far accomodare una sua carissima amica di vecchissima data: un’anziana serva, malconcia e zitella, ma dotata dell’enorme potere che al grande re mancava, e se ne crucciava. Costei aveva in sé la magia di saper tessere le storie, come le altre serve avevano l’abilità di tesser tele sul telaio, con la stessa facilità. Quella sera il re, però, era oltremodo provato da una giornata più dura e diffcile del solito: allungò anche i piedi sul sofà, occupandolo tutto, ed indicò alla serva il piccolo sgabello scomodo che, normalmente, era riservato ai clienti meno graditi. E con voce un po’ troppo tonante persino per le sue stesse intenzioni, intimò alla serva: “Raccontami una storia”. E la serva incominciò.
C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: “Raccontami una storia”. E la serva stette zitta.
Perché anche le serve si stancano e si offendono, se non le si tratta con bel garbo. E ci hanno pure ragione.

Luca Zambonelli

Mi piaccion le fiabe.

Mi insegnasti la fiaba, allo stesso modo di come appresi la notizia. Di cose belle, di cose brutte.
Talune da ricordare, per addormentarmi, altre tento di dimenticare di giorno, che mi sveglian la notte.

Non è ancora il tempo.

Casino.

Non mi interessano i bollini della spesa.

Io mi basto. Finalmente.

Bugia.

Sarà che inizio a non fidarmi, che alla fine inizio a fidarmi di me.
Che tanto le cose cambiano, il karma gira, io cambio. Che tanto sarà tutto da rifare, a pochi mesi da qui.
Che quel che conta adesso sono io.

Ho questo bisogno di proteggere.

Le telefonate, la confusione, il senno di poi, le persone. Nulla mi tange.

I pensieri, quelli un po’ sì.

 

Verità o penitenza.

“Qual è la tua paura più grande?” “Essere dimenticato.”
“Vabbè, è passato meno di un anno, è normale.”

Meno di un anno? Ma che diavolo vai pensando? Sono passati 12 anni. 12.

“Lui nasconde qualcosa”
“Ma chi, Luca? Non è proprio vero, è che le domande gliele devi fare giuste.”

Poi arriva il turno di Fabiana. “Come stai?”
Domanda semplice, come stai?
“A me non piace proprio questa domanda.”

“Come se mi sognassi in un tremendo sogno
che non mi sveglio mai
e ricomincia sempre
da dove non ci sei.”

Dove non ci sei tu, dove non c’è nessun altro. Solo. Con la mia camicia bianca, aperta nei bottoni alti, l’orologio, il BlackBerry, un tavolo per uno nella terrazza di un ristorante.
30 anni buttati.

System error.

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

SUPPORTO TECNOLOGICO

“Every passing minute is another chance to turn it all around”, diceva.

Se mangia, bene, se no si fa in culo.

Ne ho un sacco di cose da dire, un casino. Ma non so dirle, non mi vengono le parole…

Ora come ora non sarebbero mie. Quelle che mi mancano all’appello sono le parole del sedicenne rivoluzionario che mi accompagna.

Una casa in rovina, i saluti di una “famiglia” che non vedo e sento da molto tempo, un “fratello” che c’è e ci sarà.

Abbiamo la pellaccia dura, noi. Ce la caveremo. Ce la siamo già vista tosta, ce la faremo.

La mia maledizione è questa, non so fare un passo avanti senza guardare ogni tanto a quello che mi lascio dietro. Quante cose mi ha portato via il lavoro? Quanto mi ha cambiato? Quante volte mi ha messo i bastoni tra le ruote?

 

Eternamente.

E se domani non arrivasse più? E se non ci fosse, se non ci fossi io, se me ne andassi e non tornassi più…che ne sarebbe di quel sogno?

Facevo l’amore con Clio e la donna che avevo di fronte piangeva. Credo piangesse consapevole del suo tradimento, ma ho in testa una versione diversa, in cui sono io a tradire. In quella ipotesi, ho tradito Clio con un’altra donna, con la donna di un altro uomo.

Ma tanto son sogni. Clio nemmeno esiste.

Musica, tanta musica e poco test…a.

In macchina la sera del sabato, con le palle girate perché Antonio, un amico suo, ci ha paccati. Riviera di Chiaia, Mergellina, Posillipo…Cristian si guarda intorno, in questi posti da cagoni potrebbe notare Ilaria davanti a qualche bar ciucciasoldi.

“Ti immagini se adesso mi succede come a te quando dicesti che gnocca quella e poi si girò ed era Frah?”

In coda alle 2 di notte, capita credo solo in città come Napoli. Alzo il volume dello stereo, tanto c’è casino, chi se ne fotte.

eselasceltaèquestaègiustalosaisolotu

Davanti a noi una Renault Modus comprime al suo interno 7 persone

èluil’uomoperfettochevoleviechenonvuoicambiarepiù

è buffo, sono 6 ragazze, una al posto anteriore del passeggero, quattro dietro e una nel bagagliaio

eforsepartiròperdimenticareeeeeperdimenticartiiiiii

iniziamo a parlare della ragazza nel bagagliaio, è al cellulare e sta sorridendo

grazieperl’invitomapropriononcelafaròhopropriotantitantitroppiimpegniecredoforsepartirò

persone come Ilaria o le sorelle Balestra col cavolo che ci si infilerebbero nel bagagliaio

eforsepartiròperdimenticareeeeeeperdimenticarmiii di te di te di te

persone così chiamerebbero un taxi. Va beh, rimettila, pigliava bene.

iosareiprontoacambiarevitaacambiarecasa

Però è carina, dai. Non sembrava…

farelaspesaefareicontiafinemesealacasaalmareadavereunfiglioeuncane
edaffrontaresuoceracognatonipotiparentitomboleanatalemalditestaricorrentietuttoquesto

per…amore? errore? dolore?

‘Sti stronzi. Mi si accavallano davanti, la Renault Modus stracolma si allontana. Roba che siamo gli unici sfigati che se ne stanno in macchina da soli senza ragazze. Chissà che pensano quando ci vedono…ma poi, a te interessa? Che si fottano pure loro. Rimettila, piglia bene.

Sette gennaio.

Fottuto, ingrato, malefico, bastardo 7 gennaio.

Nei blackout, tra gli allarmi, non si dorme.

Non fidarti delle persone, non fidarti.
Non c’è realtà peggiore di quella che puoi solo intuire, mentre dall’altra parte della vetrina danno uno spettacolo muto. Mimi schiacciano l’aria sotto i piedi.

Bere vino a piccoli sorsi, passarlo sulla linga, riscoprirne il sapore. Desiderare non fosse vino.
Ho imparato come bere il rhum, con la cioccolata fondente che a me non è mai piaciuta. Conta come lo assapori, non come lo mandi giù. Sputalo, se ti aggrada.

L’ho lasciata con quelle parole di merda che si usa dire quando si lascia una persona affinché non soffra.
Tipo quelle?
Esatto, tipo quelle.

“Stai scappando da qualcosa che ha smesso di inseguirti.” Mai frase più calzante.

Ogni volta sembra l’ultima. Suona sempre più addio e meno arrivederci. A rivederti.

Bisogno spasmodico di chiudere le finestre, disfare il letto, dormire.

E se lo fo, icché lo fo a fare?

Geppetto guarda pinocchio, giusto poco prima di farli a lui, gli occhi.

“Che poi, diciamolo, il teatro eravamo noi. Noi due e Marcolino.”

“Ti facevo tipo da discoteca”, dice Lorenzo. Io. Da discoteca, io.
Ma io, onestamente, che cazzo di immagine trasmetto là fuori?

“Mi piacerebbe tornare a fare teatro”, “Garberebbe anche a me” le rispondo.
A far crollare tette sganciando il reggiseno durante le prove generali della scena sulla passione, in quel Gajgin dei peccati capitali.

“Torneresti lo stesso di prima”, dice lei.
Lo stesso di prima. Come se fosse in grado lei di tornare la stessa di prima.

Lo stesso di prima. A tornarci, lo stesso di prima, quello che sembra sempre meglio.

Quello di prima, se non altro, non ha mai gradito le discoteche, né mai le accetterà di buon grado. Almeno questo, Cristo, concedetemelo.

La convinsi a guardare il Pinocchio di Ceccherini, la mi s’addormentò.

E se un lo fo, icché son venuo a fare? Via, lo fo. Lo fo.

Sempre al centro dell’attenzione. Eccessivo. Questo è uno dei miei mali, di quelli che fatichi a staccare di dosso. Spiegatelo a quello che non invitavano alle feste, come farsi notare. Che non lo chiamavano a giocare a calcio e a tifar Juventus, tanto che ci si domandava perché diamine fosse così diversa dall’Udinese eppure dello stesso colore.
Che le figurine le faceva a mucchio, intanto che altri ne avevan da riempire due album.
Dategli qualcosa da fare, finisce prima degli altri, diceva sua madre. Così giustificava il mio egocentrismo.
Volevo solo mi notaste. Non mi andava di essere uno, volevo essere. Non mi va di essere uno, voglio essere il.
Disturbo istrionico di personalità, disse una. Psicologia spicciola, giusto per parlare a cazzo. Ché tanto prima o poi qualcuno ci crede.

Finora l’unico psicologo che mi esaminò i pensieri è colui che finì col trovarsi esaminati i propri. Uno bravo, nonostante tutto.

Auguri Babbo.

Sai Babbo, quando penso a quel che voglio fare da grande, – anche se alla domanda associerei un lavoro, se me lo chiedessero – più che mai, fino a stringere i denti nel ripeterlo, io voglio fare il papà.

È il sogno che mi fa volare, Babbo, io da grande voglio fare il papà.

Io ti somiglio, ti porto con me nelle mie parole, nel modo stesso che ho di parlare. Ti imito anche nelle angosce.
Sei la meta del mio viaggio, ma i tuoi errori mi aiuteranno ad essere migliore, anche per te.

Resta qui con me, viviamocela insieme, tanto c’è posto. C’è sempre posto per te.

Ti voglio bene, Babbo.
Te ne vorrò sempre.

Epistassi.

io voglio la terra e la voglio ferma come sono fermo io quando la notte mi gioco la vita a dadi con il diavolo io non voglio morire ma quanti morti in giro vivono e vivrebbero ancora

Per quanto mi riguarda, oggi, potete andare tutti a cagare. Tutti. A. Cagare.

Nelle gallerie non c’è segnale.

Anche tu non riesci a dormire, Luna?

Questa sera ti ho vista grande e vicina, così bassa che non credevo fossi tu, non sembravi vera tinta di rosso.

Rossa, come la Winston che sto fumando ora.

Le zanzare non mi lasciano in pace, Luna. Non è colpa loro se non dormo, però. Cristian è qui e dorme della grossa.
Li senti gli uccellini chiacchierare? Hanno un bel ritmo, mi piace. È bello che scelgano di cantare qui vicino, mi piace.

Il mio cellulare ha smesso di prendere campo, si è addormentato pure lui, a suo modo, stufo di faticare per riuscire a ricevere un segnale che qui, con questa scarsa copertura, fatica ad arrivare. Lo stesso segnale che prima era così facile avere addosso, che lo copriva per intero, lo avvolgeva in piena copertura.
Non credo sia un problema di antenna, mi piace vederla così, come se avesse vita, a suo modo.

C’è un momento per tutti. Si resta in attesa di un segnale, sempre lo stesso.

Oggi mi sono lasciato consigliare, ho comprato una giacca nuova, uno stile misto tra il classico e il casual dal tessuto morbido. Aderente, così che possa adattarsi al mio corpo, quando mi piacerà mostrarne le forme.
Mi piacevano le spalle dritte di quando andavo in palestra, senza spalline. C’è un trucco per tutto, è vero, ma è bello riuscire ad evitare scorciatoie, ti fa sentire più vero. Sotto il cosmetico, tutto.

Le camicie bianche mi fanno un bell’effetto addosso. Anche con questi capelli, che non vengono mai bene, che fin tanto che li ho mi accontento, che presto cadranno tutti, come i miei giorni.
Luna, quando sarà il tempo ci faremo una risata. Mi guarderai la testa lucida e allungherai la tua mano per accarezzarla. Mi chiederai di raccontarti di come mai sia così e io improvviserò una novella, per farti sorridere e darti la buona notte con un bacio sulla fronte.

Ho tante parole da dedicarti Luna, parole d’amore che non temono il freddo della notte. Parole che ti difenderanno dal buio, anche se sarò lì vicino. Non avrai paura.

Non ha alcuna importanza, dice.

Quand’è che la mia vita ha preso questa direzione?
Questa zattera fa buchi da tutte le parti.

Stasera mi ero cucinato un piatto di cannelloni Garofalo(che a cuocere ci mettono una vita) con l’intento di finire la ricotta che tenevo in frigo da una settimana(perché a me la ricotta, così, fa cagare), così mi ero adoperato aggiungendola alla passata di pomodoro(altra cosa che detesto, molto meglio i pelati) e ad una scatoletta di tonno. Sì, so bene che latticini e tonno non dovrebbero essere accoppiati, ma io sono recidivo…e ho anche aggiunto del GranMix Ferrari al piatto, una volta ultimato.

Beh, il piatto è ancora lì. Ho mangiato giusto due forchettate di quel che ne è uscito e mi sono accorto che stasera avevo voglia di insalata, ma di insalata non ne ho.

In compenso sto divorando gli yogurt Vitasnella, in offerta all’Auchan. Che a ‘sto punto dello 0,1% di grassi mi importa una beata fava, visto che mangio in un giorno la dose che dovrei dilazionare in una settimana. Va beh.

Sì, sono una persona noiosa. Alle volte.

Recidiva, soprattutto. Noiosa, im/prevedibile all’occorrenza, talvolta autolesionista. Lunatica. Ansiosa. Ribelle, quel che basta.

*PS*
Che poi, uno si domanda perché mi incazzo… Provo in tutti i modi a far funzionare YouTube in HTML5 in modo che anche le mele marce(maledetti dispositivi di merda, non bastava IE a rompere il cazzo, no?!) possano visualizzare i video embed…e alla fine cosa ti vo a scoprire?!? Che ‘sti cretini per abilitare il player HTML5 impongono che l’utente finale vada qui e faccia click su Passa alla versione di prova HTML5. In sostanza o uso uno script a parte, o mi attacco al cazzo.
Chiedo venia per i termini, ma sto studiando francese…

Se cerchi una mano disposta ad aiutarti, la trovi alla fine del tuo braccio.
Confucio