Ho praticamente 30 anni e piango ancora come un bambino di fronte a scene recitate.

Smukke ting.

A volte, solo a volte però, mi fermo ancora a pensare ai se e ai ma che mi hanno portato dove sono e ad essere quel che sono.

It happens, not so often but it happens, that I think about who I am, where I am, what I could be if I just waited a bit more or acted a bit faster.
What if, what else.
Non che non mi vada bene dove sono o cosa sono. Credo.
Non ho mai smesso, sai? Continuo a dirmi di farlo e a chi lo chiede dico che ho smesso, ma non è vero. So che è stupido e logorante, ma continuo a farlo.
Accendo una sigaretta e me ne sto qui.
Qui dove?

Ho un cellulare nuovo.

Octacore 64bit Qualcomm Snapdragon 625, 4GB di RAM, GPU Adreno 506 e 64GB di spazio di archiviazione espandibile con SD fino anche a 256GB per farmi ribadire che sono un po’ stronzo su una app che consuma gran poche risorse.

Quattro mura.

Insomma pare stia succedendo sul serio.

Son passato dal cercare sotto la sezione affitti al guardare nella sezione in vendita secondo budget e possibilmente da ristrutturare, perché se la compro voglio farla a modo mio.
E che sia bella, perché l’idea di viverci (anche solo) vent’anni mi spaventa, quindi voglio piaccia anche a chi potrebbe un giorno comprarla da me o prenderla in affitto. Questa è la parte che mi fa comunque sentire bene, che giustifica un’azione all’apparenza tanto significativa.
Se la vedi come un investimento è comunque una cosa da adulti, ma meno oscena, non puzza di stabile e non mi fa sentire il formicolio ai piedi tipico di chi mette radici.
Sono una pianta selvatica.

Legami, non legumi.

“Uno più uno, la somma più elementare, quella che rende possibili tutte le altre somme. Se non si riesce a fare più neanche uno più uno, vuol dire che nessun’altra somma sarà mai più possibile… Esisterà solo l’uno. Dunque esisterà solo l’io. Ognuno col suo egòfono acceso. Muto con chi gli sta intorno, loquace con chi ha il merito di rimanersene a debita distanza.”

Michele Serra – Ognuno Potrebbe

Ma non oggi.

Forse son sempre stato un laccio troppo corto per formare un nodo.

Luca.

Luca. Lu ca. Lu-ca.

Suona ben strano, eh?

Ho sempre pensato che i nomi maschili che finiscono in A siano in realtà nomi da donna mal utilizzati. Non penso mai che uno di questi sia il mio.
Così corto, poi.

Sarà che solo Luca non lo sono mai stato.

Per un attimo non mi sono riconosciuto in nessuno dei miei nomi. Nessuno.
Mi sono ricordato che quelle due sillabe sono il mio nome grazie a una reminiscenza di quando da piccolo lo scrissi su un cassettino di legno che ancora mi balza davanti agli occhi, di tanto in tanto. Di Luca, scritto un po’ tanto alla Picasso. Non credo avessi ancora realmente imparato a scrivere. Non credo neanche avessi ancora mai frequentato alcuna scuola. Ero piccolo ed egocentrico, seppur con un nome super corto. Il più corto dei nomi per intero che conosco.

O meglio, uno dei (pochi) nomi (italiani) più corti che io abbia mai sentito nominare.
Più corto soltanto Dio.

Che quel bambino fossi io non ho alcun dubbio.

Io, Luca.

L’orribile sapore in bocca e sulla pelle.

Serata serena, gente nuova, tutto regolare.

E intanto che da solo faccio rientro, mi fermo, entro in autogrill.

Compro a caso, perché sono entrato qui?, compro una coca cola di quelle grosse, da due litri, per pulire bene la bocca.

Torno verso la macchina, prendo una sigaretta dal cruscotto, una vera, la fumo per intero anche se fa più schifo ad ogni tiro che ingoio a forza.

E ora sono seduto e scrivo ad cazzum un post.

Com’è che sono qui?

Mi devo togliere questo odore di dosso.

Non lo metto un titolo.

Oggi sono incazzato.

Non sono io, non sono, non sei, non vogliatemene male. Prima o poi mi le ci passerà.

Non dite nulla a.

Io non dico nulla a. Chiedimelo tra 15 anni.

Rispondi a quel cazzo di telefono.

E siamo morti a vent’anni
benedicendo di speranza troppe frasi,
rimaste sul guanciale.

Oggi va così.

Guardami. Mentre nell'emiciclo tutto è tumulto e invettiva, e volano oggetti, e i commessi faticano a riportare la calma, io rimango seduto nel mio scranno – insignificante tra i tanti – a testa bassa, con le mani nei capelli. Ho davanti qualche appunto, la metà sono parole cancellate subito dopo averle scritte. Cerco di dare ordine, ed è per te che cerco di farlo. Ma la fatica mi sembra immane. Ripiego i miei foglietti. Esco a fare quattro passi.
Michele Serra – Gli sdraiati

Era giusto così.

Contraddizioni, è vero, ma mentre da un lato una parte di me che odio mi trascinerebbe in una insolente e sorda nenia amorosa, dall’altro lato mi ricordo anche io del perché.

Quel perché, per esempio, che mi lasciò come uno scemo ad aspettarti mentre tu parlavi con il tuo lui che non contava niente. Lui che ti rese ai miei occhi così sporca, così sbagliata. Che rese me così inutile, così… Così.

E allora è giusto così. Non siamo arrivati a questo punto per caso. Il caso non esiste. Il caso siamo noi che eravamo insieme, così sbagliati eppur così legati. Nonostante tutto.

Non ci capirò mai un cazzo, ecco cosa. Abbiam mandato tutto in vacca, ma è stato un gran bel tentativo.

Controindicazioni

Più passiamo del tempo insieme più tu ti ricordi del perché era sbagliato stare insieme.

Più passiamo del tempo insieme e più io mi domando se fosse veramente il caso di lasciarci.

Strana ironia.

E ti bacerei.

Quando mi rispondi male, ti bacerei.

Quando hai quel brutto muso, ti bacerei.

Quando mi ripeti quanto io fossi e sia sbagliato, anche lì ti bacerei.

Non vedo l’ora di tornare a casa e dimenticare anche questo intermezzo.

Se la vita è uno sport, io no, non sono un campione.

Voglio fotografare ogni cosa.

Togliersi dalla testa che non è una situazione transitoria. Che poi lo so, io.

Io lo ho sempre saputo.

È tutto chiaro nella mia testa, poi saranno i capelli, sarà il luogo, la pelle o che diavolo ne so.

Non c’è nulla che tu possa fare o dire, finché sarà così non avrai mai quel ruolo. Non ora. La maggior parte delle volte ti lascio parlare, ma c’è un motivo se siamo ancora single entrambi.

Surprise me.

È vero, metto alla prova le persone. Lo faccio di continuo, è un gioco, una necessità,

Cerco il bello, lo strano, il diverso l’affascinante e credo, spero, ne abbia un po’, anche solo un pochettino, chiunque.

Persino in sogno.

E così c’era questa ragazza, una russa altissima, ma veramente alta, bella sì ma senza esagerare. Le chiedo “Stupiscimi”.

“Surprise me”.

L’ho fatto altre volte in passato. Gran parte delle persone va in stallo e mi chiede “Che cosa dovrei fare?”.

Eppure è facile, pensavo in sogno, che diamine…basta verante poco.

Im Krieg, Groucho Marx

“Bu!”.

Chaque hiver, jespère quen disparaissant, la neige me dévoilera Ton vrai visage.

Vous-tu ces bocs gris?

Il semaforo.

Era verde, perché hai svoltato?

Perché lo conosco quel semaforo, è verde per poco. Finisce che arrivi lì ed è rosso per almeno 3 minuti.

Allora se è rosso?

Lo è per 3 minuti. Svolto comunque prima.

Ma allora a questo semaforo ti ci fermi mai o svolti sempre?

A sentimento.

Le solite storie, la solita noia.

Cattiveria gratuita.

☐ Ricordare di non frequentare persone in grado di rovinarmi la giornata;

Fare del male in modo completamente gratuito, per quale soddisfazione?

Perdere tempo all’inizio di ogni conversazione.

Sarà che sono un vecchio brontolone, ma io brontolo.

 

Che palle.

Deus vult.

Ritrovo un grammo di me in ogni chilo che perdo.
Perdo un ricordo di quel che ero per ogni sogno che faccio.

Ritrovo un po’ di me in ogni ricordo che perdo.

Cadono un sacco di cose tra l’autunno e l’inverno, non son solo foglie, ma qualcosa cambia nel mentre.

E io guardo, tanto vale, per quel che vale.

A.A.A. (S)Vendesi ideologie

Accetto troppi compromessi, sto seriamente perdendo il percorso.

Dottore, la prego di prendermi seriamente. Sono allergico, le ripeto, sono aLlERgiCo.