Il semaforo.

Era verde, perché hai svoltato?

Perché lo conosco quel semaforo, è verde per poco. Finisce che arrivi lì ed è rosso per almeno 3 minuti.

Allora se è rosso?

Lo è per 3 minuti. Svolto comunque prima.

Ma allora a questo semaforo ti ci fermi mai o svolti sempre?

A sentimento.

Le solite storie, la solita noia.

Cattiveria gratuita.

☐ Ricordare di non frequentare persone in grado di rovinarmi la giornata;

Fare del male in modo completamente gratuito, per quale soddisfazione?

Perdere tempo all’inizio di ogni conversazione.

Sarà che sono un vecchio brontolone, ma io brontolo.

 

Che palle.

Deus vult.

Ritrovo un grammo di me in ogni chilo che perdo.
Perdo un ricordo di quel che ero per ogni sogno che faccio.

Ritrovo un po’ di me in ogni ricordo che perdo.

Cadono un sacco di cose tra l’autunno e l’inverno, non son solo foglie, ma qualcosa cambia nel mentre.

E io guardo, tanto vale, per quel che vale.

A.A.A. (S)Vendesi ideologie

Accetto troppi compromessi, sto seriamente perdendo il percorso.

Dottore, la prego di prendermi seriamente. Sono allergico, le ripeto, sono aLlERgiCo.

AncheseFirenzeconmenonl’haimaivista. Non con me.

Ho capito, è tutto ok comunque, ma almeno non raccontiamoci cazzate.

Almeno.

Ma ci pensi che bella Firenze le sere d’estate?

Devi aver amato qualcosa prima di poterla odiare.

E imparai, con umiltà e fatica, ma imparai quello che dovevo fare, e che sarebbe stato ovvio per un bambino: la vita non è altro che un susseguirsi di tante piccole vite, vissute un giorno alla volta. Si dovrebbe trascorrere ogni giorno cercando la bellezza nei fiori e nella poesia e parlando con gli animali. E nulla può essere migliore di un giorno colmo di sogni e di tramonti e di brezze leggere. Imparai soprattutto che la vita è sedere su una panchina sulla riva di un fiume antico, con la mia mano posata sul suo ginocchio e a volte, nei momenti più dolci, innamorarmi di nuovo.

– Nicholas Sparks

Cosa possiedi, cosa sai di sapere, che cosa accetti senza mai rifiutare...cos'è che ti fa sentire normale?
Petrol - Nel Buio

 

Non è colpa mia, ne sono certo.

In questa casa gli interruttori sono da sempre nel posto sbagliato. Uno li cerca in una stanza e sono nell’altra, anche se di fatto accendono questa, sia ben chiaro. Uno li cerca a sinistra e sono a destra. Sempre dove non vai con la mano.

Non ho mai sentito di case che hanno l’interruttore della camera da letto in corridoio, solo in questa, in casa mia.

Ad ogni modo in tre anni non sono riuscito a imparare quale interruttore accendesse cosa.

Temo anche di aver definitivamente mandato in culo il NAS con i miei film. Volevo più prestazioni.
Sono diventato una persona esigente, almeno su queste cose.

Ho pulito con cura la mia pipa e ho fumato del tabacco ormai secco.
Ho una pipa fatta a mano, l’unica che non mi sia ancora mai caduta dalle mani, nonostante io sia uno sbadato, nonostante le mani di burro.

Brescia mi è estranea. Non conosco nessuno qui, salvo persone che hanno smesso di rispondere alle mie telefonate. O persone che non chiamo.

In casa mia, dicevo, le prese sono posizionate nei posti sbagliati.
Sai, quelle cose che funzionano e non te ne spieghi per forza il perché. Interruttori della luce in posti sbagliati, sporchi di vernice, cornice rotta per terra e l’odore del vetro spaccato che si miscela al colore delle pareti ravvivato.

Ieri notte hanno sparato a Frank, il mio punto di riferimento per gli spuntini notturni.

Ho pensato di cucinare una carbonara, giusto per farlo, perché poi non si sa, o meglio si sa che non ce ne saranno altre qui. Per poi distrarmi sulla tastiera e mangiarla fredda, senza nessuno che mi avverta che è il caso di mangiare prima che.

Prima che sia fredda, chiaro.

Di notte non avrei fatto più spuntini. Le nottate senza redbull di fortuna.
Ho dimenticato di lavare le tende, mi toccherà farlo domani. Non mi ricordo se il detersivo lo danno loro o devo portarlo da casa. Dimentico un sacco di cose.

Anche le prese non so mai dove siano, e sì che ce ne sono almeno due per parete.
Ti direi, i Velvet han partorito anche testi pesanti. Anche Una vita diversa è insensatamente pesante, ma più giovane. Ti direi mi ha ricordato i Petrol. Ricordi Devo andare via domani?

Non mi sono mai ricordato di comprare le redbull. Non so fare la spesa, non mi organizzo, non l’ho mai fatto. Fottesega a un certo punto, basta mangiare, d’altra parte.
Mi da un fastidio enorme vedere come adesso la connessione vada bene, adesso che non mi serve più. E ho finalmente sistemato anche il router, così il NAS non ci mette più secoli a trasferire i film. Porca puttana il NAS. Non è più accessibile.

Anche I perdenti e gli eroi è una gran bella canzone.
Il macello con il tabacco secco è che si spegne di continuo, ma se cerchi di tenerlo acceso scalda troppo il bracere e rischi di rovinare la pipa, oltre alla tua fumata. La pipa è per persone che hanno tempo, pazienza, metodo.
La pasta fredda non è mai stata un problema. Non per me che la preferisco cotta a oltranza e mi sembra più buona quando esce dal microonde, più vissuta. Il microonde non è più qui, però.

Mi piacerebbe fare un tatuaggio, una volta dimagrito, poi però penso cose tipo e se poi mi venisse un brufolo proprio lì?
Niente è comparabile ai Petrol, mi correggo. Stupido Spotify, li ha messi dentro a casaccio, ci sono altri Petrol. Troppi Petrol.

Cazzo. La connessione, devo ancora disdirla.

Perché ogni cosa che amiamo ci uccide? Perché lasciamo che sia tutto uguale? Perché nel buio non sappiamo guardare? Perché facciamo sempre finta di niente? Perché bruciamo ogni singolo istante? Perché la notte non riusciamo a dormire? Perché se gridi non riesco a sentire?

Cera è comunque la mia preferita. Ecco, dei Petrol ho apprezzato la poca scelta e il fatto che sia sempre stato difficile trovarli. Ogni nuovo brano è stato un regalo, un omaggio di gratitudine, per la fatica spesa a cercarlo. Non hanno mai sfondato. Le tracce lasciate su un vetro bagnato in un giorno di pioggia d’aprile. O era Dal Fondo?

Ho lasciato per ultime le cose che sono certo siano state solo mie. Come i cassetti dell’armadio della TV, per esempio, ricolmi di cartine, filtri, sigarette, buste finite di tabacco che nelle emergenze, quando manca la moneta per la macchinetta, si rivelano sempre utili. Il resto è roba buttata lì, a casaccio.
In quel cassetto ho scelto di recente di tenere anche il cavo HDMI. Non c’è più la TV, ma il cavo sì.

La cosa che più mi spaventa nell’ipotesi di tatuarmi qualcosa addosso – so bene cosa, è un bluff – è la scelta del punto in cui farlo.
Domani mattina cerco di svegliarmi presto, così vado a far colazione da Morticia. Che non saprò mai se sia un uomo o solo una donna un po’ bruttina. Un po’ Sean Penn, che brutto non è, comunque. Lui.
Tipo This must be the place, che è un film da vedere. Anche se lento, è un gran bel film. Che poi, lento, che cazzo vuol dire lento?

Christopher Lee ha pubblicato un album metal nel 2014, a 94 anni. Un anno prima di morire. Tosto quell’uomo. Saruman.
Siamo solo dei mammiferi, un insieme cellulare.

Sarà una mazzata nei coglioni. La bolletta di chiusura della linea, voglio dire. Ricordo che la penale, o come a loro piace chiamarla, va pagata a prescindere.
Son sempre bravi a prender soldi, non capisco perché io non abbia mai imparato. E sì che di cose ne ho imparate.

Bruciarle, poi, come se potessi mai arrivare a una cosa simile. Io le cose le copro, non le distruggo.


Non sono mai riuscito a fermarmi. Un contratto a tempo indeterminato mi spaventa.

Mi han sempre spaventato le relazioni a tempo indeterminato.

Tipo il per sempre dei matrimoni. Preferisco i quanto basta. Il più di ieri, finché dura, fin quando ce n’è.

Una foto pubblicata da tumblr. (@frasiditumblr) in data:

Io mi aspetto molto da me.

Mi sono reso conto che il mio umore cambia in base alla musica che ascolto.

Sto cercando di ascoltare cose nuove.

Ascolto le mie vecchie playlist una volta al giorno e mi ritrovo con questo umore del cazzo, quindi una qualche connessione ci dovrà pur essere.

Sono le 4:27 e mi stanno sul cazzo, in questo ordine, l’amore, i bimbiminkia che credono di saper programmare, i bresciani, i politici italiani, il caldo.

Il caldo per ultimo, che tanto o ti ci abitui o ti ci abitui. Parlarne è inutile.
In certi momenti è meglio avere caldo fuori, che gelare dentro.

Sono le 4:31 e un gallo sta cantando. Stanno veramente diventando tutti una massa di rincoglioniti. Ma cazzo!

Non sono triste.

Sono deluso, sono incazzato, sono infastidito, sono stufo. Non sono triste.

Coloravo fuori dai bordi, forse anche un po’ di proposito, anche con il pennarello magico.

Coloravo fuori dai bordi di proposito. Non era veramente magico.

I colori mi piace sceglierli.

Facevano anche degli abbinamenti del cazzo, diciamolo.

Fare ordine crea disordine.

Il brutto di quando ti prepari a lasciare una casa è che pian piano la svuoti rendendola sempre più simile a quando la riempivi.

Sembra quasi di esserci appena entrato, tornano alla mente i pensieri e gli obiettivi che ti sei posto ed è normale fare la scaletta di quanti ne hai raggiunti.
Ti ricordi che eri qui, da solo, in una città nuova. Cerchi di fare contatti, nuovi amici, ti inventi come occupare le tue giornate.

Le tende bianche e la stanza in ordine fan sembrare questa casa una reggia.
L’avevo scelta per questo.

Spazio.

Incessante bisogno di spazio.

Tornavo da Pompei con un lavoro che non era un vero lavoro, una vita sociale che non era una vera vita sociale e con dei progetti che nel corso di questi tre anni avrò rielaborato una quindicina di volte, senza mai rileggerli. Ero un sacco di cose che non erano veramente quel che sembravano.

Camminavo lungo questo balcone, ampio e mai una volta colpito dal sole. Le sigarette scandivano il tempo, mentre non avevo bene idea di cosa avrei fatto di lì a poco.

Adesso ho quattro letti sui quali dormire, in quattro luoghi diversi, e cerco di non chiudere occhio per non dover pensare a quale di questi scegliere per questa notte.

Acse è la mia costante. Sei anni.
Mi basti pensare che sono dove è lei e che si porta dietro, in modi diversi, tutti i significati che la rendono importante. Mi aiuta a ritrovarmi.

“Si lo so
che poi sei ritornata lo so
ma qui dentro
io continuo a vederti partire”

Software vita versione alpha

È il tempo che abbiamo a disposizione il problema. Non è abbastanza, non si è aggiornato.

Voglio dire… quando cazzo ti capita di ragionare in decine?

Una gran voglia di spaccare tutto.

Stanco di correre sbagliando strada, svoltando a incroci, alternando destra/sinistra/dritto casualmente, come viene.

Stanco di scelte sbagliate.

Stanco di avere troppo da fare e fare niente.

Stanco di soldi, lavoro, università, sorrisi facili.

Quand’è che è diventato tutto così palloso?

Stanco anche di lamentarmi, che alla fine è sempre uguale, che se sei sbagliato tu è normale che il resto non ti vada bene.

A storm in a teacup.

La domanda che ti fanno più spesso quando sei in un posto che non è casa tua è da dove vieni. So una sega io, rispondo.

Sono nato a Trento, ma non ho etichette sul corpo che lo confermino. A Trento ci ho solo lavorato. Vissuto mai. Non sono propriamente trentino, ci sono solo nato in Trentino, per qualche ora soltanto.

Ho vissuto in tante città e da tutte ho preso un pezzo, ma nessuna, neanche Prato, mi definisce. Ne sono parte e lei è parte di me, ma non siamo che inestricabilmente collegati da una moltitudine di ricordi, più tutte quelle cose che non ricordo che son quelle che mi piaccion di più perché la volta che balzano alla mente son quelle che mi godo di più.

Ho visto tanto e voglio vedere tanto. Non sono quel tipo di persona che ama la scurezza dei confini, del territorio. Lascio certe cose alla politica, a me la politica proprio non piace. Ne parlo un sacco, ma è perché non mi piace.

Mi piace quando mi chiedono che lavoro faccio, anche se non so per certo neanche quello. A me piace parlare, un casino, parlare un casino di un casino di cose. Del mio lavoro, della politica del lavoro, del lavoro in particolare.

Mi piace perché potrei essere chissà dove domani e non mi interessa.

Credo che nella vita si debba vivere più vite possibili, che sia proprio il caso di provarci. Il mondo è gigante e io il mio posto non l’ho ancora trovato, ma credo che il mondo stesso sia un buon inizio.

Non sono mai stato in gamba nei sentimenti. Mi lego tanto alle persone, è vero, ma più a quelle che sono capaci di andare avanti senza di me e chiamarmi solo se hanno bisogno, che poi proprio quelle che di me non hanno bisogno quasi mai sono quelle che quella volta che chiamano mi vedono scattare come una molla nella loro direzione, no matter what.

Mi piace stare da solo. Non avere bisogno di nessuno, parlare una lingua che non è la mia e mettere le scarpe rosse con la maglia grigia, i pantaloni blu e la felpa nera che proprio a guardarmi fanno a cazzotti. Mi piace perché non lo facevo da un casino e non me ne frega proprio un cazzo, per dirlo in inglese.

Sono in una situazione un po’ del cazzo. Sto dormendo su un letto che molto probabilmente ha le pulci(non in senso figurato) e mi sta facendo venire delle strane eruzioni cutanee che fan pure un po’ schifo, sono allergico al pelo di gatto e ne ho due che praticamente mi dormono addosso e sto mangiando roba che mi fa pensare alla pizza del tizio sotto casa che si ravanava il pisello mentre me la cucinava come una leccornia dalla singolare pulizia, praticamente sterilizzata. Faccio ogni giorno ore di autobus e ogni volta mi incasino per trovare la fermata che cerco. Piove tutti i cazzutissimi giorni e a tutte le cazzo di ore, sempre. E fa freddo, persino al 14 agosto fa un fottuto freddo della madonna.

Ho iniziato a pensare che questa sia una delle esperienze che più avrò gusto a raccontare, quindi inizia persino a piacermi.

In questi periodi stacco da quel che lascio a casa. O ci provo, at least.

Non è qualcosa che faccio apposta, ma cerco di arginare ciò che mi crea stress. Ciò che alimenta il mio bad mood e mi fa rendere conto di aver sputtanato soldi per essere in un posto di merda a soffrire connessioni persino più lente di quelle italiane e patire un weather che sembra impegnarsi affinché io mi penta con tutto me stesso di non aver portato con me vestiti invernali. Che poi non avrebbe avuto un cazzo di senso, perché per un quarto d’ora al giorno c’è il sole e inoltre qui tengono accesi i termosifoni a palla, quindi sarei morto di overheat.

Io capisco tutto, ma non sono proprio fatto per quel genere di cose. Mi dispiace, perché mi sarebbe piaciuto essere il tipo di persona sentimentale cui mancano le persone.

Ora come ora non mi manca neanche la persona con cui passo inevitabilmente tutte le giornate. Me.

I rami si piegano se il vento è forte.

Dentro alla corteccia, marrone dipinto e sempre più friabile e secco, scendon lacrime persino leggendo un libro. Di quelle righe in cui vengon descritti genitori anziani, le cui premure sono un bicchier d’acqua, il tempo, la stanchezza, a volte i soldi. Timori ridondanti elencati a domanda nelle telefonate del mercoledì.

Non si è più così forti di fronte al vento, che sovente spezza i rami secchi. Anche i più resistenti.

Frenesia placida, inerme.

Se fossi nato un po’ più stupido e meno ambizioso, con passioni più comuni e più semplici, probabilmente avrei anche imparato ad apprezzare di più quel che ho.

Sarebbe stato più facile seguire un percorso, guardare il mondo con in mezzo la testa di qualcun altro e altre dietro a seguire.

Che poi è sbagliato dire che sarei stato per forza più stupido, è l’invidia e il fastidio a farmi dire così. Sarebbe stata noncuranza, maggiore attenzione per altre cose, lo stesso egoismo di cui pecco anche in questa vita, ma meno coscienzioso. Più disinvolto, in un certo senso.

Mi piacerebbe essere estremamente malizioso, di quelli che si stupiscono ed esaltano per cose che invece su di me han l’insana capacità di focalizzare l’attenzione sullo spettatore, guardare dall’altro lato quelli che si stupiscono ed esaltano.

Sono sempre stato uno che andava fuori percorso, quello che non voleva mai usare le racchette per aver le mani libere e s’incazzava perché gli sci non frenavano da soli, che poi frenava a modo suo rompendocisi il naso quella dannata volta che imparava la lezione schiantandosi contro un muro.

Sono fuori, ovunque e in qualsivoglia senso, ma se mi immagino fuori, ora, nel mentre che lo scrivo, mi immagino calmo ad osservare il mondo interno dal glitch tra le pareti. In realtà qui fuori tutto corre e niente fa quello che ti aspetti faccia. È solo dentro che le cose vanno seguendo lo scontato percorso stabilito.

Outside the wall by ahermin (Deviantart)

Outside the wall by ahermin (Deviantart)

Con l’arrivo dell’hoverboard mi sono reso consapevole del fatto che non ci sia effettivamente limite alle possibilità che da un giorno all’altro la tecnologia apra un mondo nuovo.

Sono discorsi che si fan di continuo, anche un po’ da vecchi se guardati da una certa angolazione, ma si fan sempre più seri. Reali. L’idea hce un domani non troppo lontano la tecnologia non sia solo un mezzo ma un vero e propio compagno in cammino.
La stiamo rendendo sempre più uguale a noi, plasmata dalle nostre fantasie, mentre lei pian piano plasma noi anche se di fantasie ancora non ne ha.

Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace. Io son come loro in perpetuo volo. La vita la sfioro com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. E come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca.
Vincenzo Cardarelli

La logica del solitario

Tieni a freno, lasci che corra via, che non ti disturbi, ma non fai che mettere da parte qualcosa che prima o poi dovrai considerare. Scartoffie che prima o poi dovrai ricontrollare per fare ordine e decidere cosa buttare via.

Troppo prevedibile, troppo controllato, col collo che pesa, con le scarpe incollate.

Prima o poi una cazzata la faccio, sarà la volta che dimentico.

Come una goccia che scivola sul vetro.

L’autunno mi si è ficcato tra i punto croce della lana che mi son trovato addosso. Si dice autunno, ma si confessa inverno.

Sono una mezza stagione anche io.

Quel che si professa ateo ma è agnostico, o meglio si ostina a parlare di un dio che è certo non esista. Di un, non più ad un.

Si manifesta anticlericale e poi avvia una collaborazione con un settimanale cattolico.

Fuma elettronico, ma non per smettere di fumare…

Fa il programmatore, ma si concentra sulla grafica…

Vende contratti di telefonia, ma parla di comunicazione…

…la via del grigio.
 

Se dovessi scegliere tra bianco o nero, vorrei essere nero in un abito bianco. Il bianco si sposa bene con l’esterno, con il riflesso latte della luce che gli urta contro. Il bianco ha sempre vinto anche sul nero, quando si parla di luce.

Mi spaccerei per bianco, ma dentro sarei nero color pece. Protetto nel guscio, così che la luce non mi rovini la pienezza. Un compimento denso nell’opaco che sfugge al grigio/bianco dei riflessi.

Invece sono grigio.

Grigio come le cose lasciate a metà. Un pennarello mezzo scarico e mezzo pieno, che dovrebbe dosare il suo inchiostro per scrivere qualcosa di leggibile. O magari limitarsi a completare quel che iniziano a scrivere gli altri.

more.

imenti.

voro.

turo.

ilibrio.

bilità.

nessere.

tecipare.

goglio.

apà.


La prossima mi viene meglio.

Ho iniziato a deglutire quel che non mi va giù di me e della vita che conduco. Lo faccio con un chiodo fisso nella testa, una illusione cui mi sono abituato senza rendermene conto.

Non ho ancora capito cosa sarei voluto essere, che cosa avrei voluto fare, quando e come avrei voluto o preferito accadesse. Non mi rendo conto di quel che arriva, figuriamoci la postilla ipotetica.

Penso che, va beh, la prossima volta la farò in modo diverso. Magari la prossima volta mi va meglio.

Il problema è che con prossima volta intendo prossima vita, che è un po’ stupido se collego che in teoria qui ho praticamente appena cominciato.
È un po’ come quando un film non mi piace granché, ma lo guardo comunque fino alla fine per via della mia fissa per le scene aggiuntive nei titoli di coda.